Non temere di avere paura. Non avere paura di esternare paure e perplessità. Non bloccare l’esternazione di confusione. Lascia fluire ogni cosa che ti procura dolore e senza che tu te ne accorga, dopo un po’, non avrai più paura di nulla e chi ti avrà al suo fianco ti amerà e ti valorizzerà. Sembrano esercizi retorici di strategie comportamentali per sfigate. In effetti lo sono ma, divengono degli errori se per sbaglio ti accorgi che inconsapevolmente, per un decennio, sempre con la medesima persona, hai agito in questo modo soltanto in parte per amore e in buona parte per una personale inclinazione alla sincerità e all’odio per l’ipocrisia.
Così penso che se mi han vista felice, ero concretamente felice, senza ombre né tentennamenti; se mi han vista arida, lo ero diventata realmente; se mi hanno percepita come antisociale, è perché tangibilmente lo sono; se hanno guardato il mio volto gonfiarsi per il soffio continuo della tristezza e dell’assenza, voltandosi per non rimanere feriti, è perché questo cercavo anche io. Nessuno venga a dirmi che l’amore si mantiene vivo anche a costo di una rinuncia quotidiana alla propria istintività. Nessuno può venire a raccontarmi la favola delle mie nonne, ma anche di tante amiche della mia generazione, per le quali, tenersi un uomo significa aprir le gambe a comando, sorridere a progetto, incubare prole per accrescere percezioni di virilità e potenza patriarcale, ramazzare e cucinare indossando tacco dodici e sfoggiando chiome fluenti e profumate di vaniglia. Non era tale il mio progetto di vita, questa logica la sento estranea, ostile, surreale, eppure continuo ad inquinare la mia anima con sensi di colpa, i peggiori, per non aver saputo portare avanti quel progetto di vita scritto nei miei geni, per non aver saputo obbedire alle regole dell’imprintingmatriarcale ed aver anteposto il mio impulso naturale, il mio ego, le mie aspettative. Tanto, a recitare quella parte, ci sarà ora un’altra al mio posto, con aspettative differenti e privilegi che a me non sono stati più concessi: la serenità che scaturisce dall’istinto, lo sguardo rivolto ai desideri, l’inclinazione alla fiducia e all’abbandono, l'estemporaneità di eventi felici, una giornata intera da trascorrere a letto, un progetto minimale da cullare, senza strategie, riflessioni, contropartite. Come in un corto di Hitchcock, sentirsi uguale a quell’uomo che tutti credono morto ma che morto non è e sul tavolo dell’autopsia urla dentro ma nessuno può vedere la sua disperazione, finchè tutto quel disperarsi gli consente di produrre una lacrima che lo salva un attimo prima che venga sventrato.
Il fottutissimo natale incombe. Trotterellando tristemente, arrivano a ricordarmelo, sotto al balcone della scarl, i rom con la tromba e le loro tragiche melodie a tema. Mi chiedo quanto darà fastidio, anche a loro, far questo lavoro per comprare da mangiare.
Notti di incubi e insonnia, freddo e corpi assenti, pessime notizie, litigi e nemesi di varia natura. Però anche un sogno bellissimo.
Il mio sogno. Finalmente diverso dall'incubo ricorrente degli ultimi giorni. Ricco di particolari e gesti che immagino da sempre. Arriva per darmi la forza di un'illusione che ha ancora qualche anno di vita.
La troppa tristezza va celata, perchè non sta bene, perchè non si fa. Infatti ne esco con maestria, da questi giorni in cui il solito e noioso monito di provare ad avere desiderio di avere desideri sembra l'ultima delle mie ansie. Insieme all'incombere del natale.
La bestia è tornata ancora e va sfamata finchè non si allontana. Non bisogna cullarla, nè ricominciare ad amarla, ma è necessario farsi attraversare ancora una volta, non opporre resistenza, finchè una mattina, di nuovo, all'improvviso, girandosi nel letto, si scoprirà che è andata via lasciando solo l'impronta sul cuscino.
[ma come vedi invece sono sempre qua, avvolto nella mia stilosa dignità, continuo a farmi molto bene i fatti miei e volo alto dove non potresti mai] MK
Che poi io so bene che tutti gli incidenti accadono perché siamo in una società ormai informativa/interattiva, ma io, dal canto mio preferirei che questo sistema fosse anche transattivo. Il che dipenderebbe in buona misura da me, ma ammetterlo pesa non poco. Come era fantastico vivere in un livello di inconsapevolezza totale, quando le informazioni, le notifiche di stati, gli aggiornamenti e i perché, dipendevano in maniera esclusiva da quel gesto di introdurre l’indice nei piccoli oblò dell’apparecchio grigio, srotolando combinazioni di numeri composti da massimo sei cifre. E da quanta fatica, da quanta indecisione era preceduto quell’atto, tanto che a volte, finivi per non compierlo più e forse questo avrebbe inesorabilmente pregiudicato il tuo futuro, ma anche no. Ora è diverso, si digitano parole che formano concetti per concepire i quali si ha un tempo piccolo ma sufficiente per adattarli allo stato dell’interlocutore e alla sua riga successiva. E’ molto più semplice in questo modo. Non si ottiene però nulla se si è dotati di un’ansia di sapere congenita mista ad un egocentrismo proporzionale agli errori commessi. Non si rispettano i tempi giusti di battuta e si manda a puttane la possibilità di conoscere gli eventi e di giocare le proprie carte, derivante da quel tempo piccolo ma utile di attesa. Il risultato finale si configura con una disarmante e ben peggiore inconsapevolezza.
[- Zingara Matrilineare, la smetta di fare capricci, pensi alla grandezza dell’universo e la sua irritazione svanirà. In alternativa ci pensano i maya tra non molto. Che poi non ci sono pistole da nessuna parte, si sta benissimo, è un periodo tranquillo e non c’è più bisogno di lei. Come Femmina, ha avuto altri letti, pertanto deve tacere ora.
- Ma…Ma…Ma…signor primate orbo, io non ho capito nulla. Gli altri letti devo contabilizzarglieli per facilitarle il compito, oppure posso ancora sperare che si accorga delle mie necessità?]
La Situazione Grottesco inizia a terrorizzarmi, tanto che ho deciso di compiere una deviazione emiciclica per tornare a casa la sera.
Dove lavoro io ci sono musulmani, cattolici, atei e una berbera.
Dove lavoro io, di pomeriggio, nei laboratori a volte ci si stende un tappeto a terra e si prega. Ci si sposa in chiesa e, a volte, come nel mio caso, tutto ciò è indifferente e lo si guarda con interesse eminentemente etno-antropologico.
Dove lavoro io, la ragazza berbera è giunta qualche anno fa. Era una persona felice. Parlava perfettamente quattro lingue e in pochi mesi, senza alcuna difficoltà, imparò anche l’italiano. Lei è molto più brava di tutti noi messi insieme, troppo intelligente, sensibile oltre la misura e con un’altra grande colpa, essere berbera, tra molti marocchini musulmani praticanti.
Dove lavoro io si cammina raso ai muri, perché se non sei attento, se non ti proteggi adeguatamente o ti distrai anche soltanto per un attimo, un esercito di iene sorridenti, armate di arroganza e sfrenate ambizioni, ti colpisce alle spalle e la tua carriera termina lì, aggrapato alla rampa di scale che conduce al distributore di caffè e merende. A volte vieni colpito palesemente e dalla tua capacità o meno di rimanere in equilibrio e di non reagire o manifestare disappunto, dipende il tuo immediato futuro. Più ti pieghi, maggiori opportunità hai di continuare a sopravvivere in quell’ecosistema.
La ragazza berbera ha vigilato bene, è stata attenta ad ogni minimo e insignificante disegno che la vedeva esclusa ma, nonostante tutto, mese dopo mese ed anno dopo anno, ha assistito alla demolizione sistematica e mirata delle sue aspettative di carriera, osservando variamente, cristiani, musulmani ed atei, fare scalate gerarchiche andando a ricoprire ruoli di responsabilità.
La ragazza berbera non possiede freni inibitori ed ha una sconcertante tendenza all’alcolismo e alla paranoia. Così, giorno dopo giorno, è appassita; l’ho vista combattere strenuamente e polemicamente, in modo esplicito, contro i colpi bassi che le venivano inferti, ma si sa, quando la paranoia cresce, accompagnata da un tremendo isolamento sociale, si crea il miglior terreno per coltivare e maturare sconfitte immaginarie e nemici generici, che crescono rigogliosi al sole dei pregiudizi e dei fraintendimenti. L’ho vista aggredire verbalmente i suoi avversari, l’ho spesso evitata per paura di diventare io stessa un nemico immaginario. Fino a ieri.
Ieri la ragazza berbera ha aggredito, non più soltanto verbalmente, un nemico designato ad hoc, in questo caso, verosimilmente, non generato dalla sua paranoia. Burn out. E’ stata cacciata via, accompagnata alla porta dalla vigilanza ed assicurata all’oblio di una struttura che ambisce ad essere fabbrica di conoscenza e contaminazione culturale, ma a me pare adesso, più che mai, un non luogo colmo di tristezza. Poi il caso ha voluto che ieri sera ci fosse in programma una orrida cena sociale. Alle ventuno, mentre aspettavo la cottura degli spinaci e leggevo sul faccialibro imbarazzanti interiezioni – oh si!- provando ad interpretarle con vaga indifferenza, ho ricevuto una chiamata in cui mi si diceva che mi si aspettava e che - come, non vieni? Ma perché - Non me la son sentita di gozzovigliare sapendo che, mentre noi si giocava ai knowledge worker che però sanno anche divertirsi e [cazzo quanto è bello il venerdì sera, no scusate andate a cagare più in là, spostatevi che sento freddo ma un freddo tutto interiore] si fingeva di socializzare, qualcuno, non molto lontano, piangeva il suo destino e malediceva il giorno in cui, lasciando la sua terra peraltro violata e stuprata nei secoli, pensava di trovare nel bucodiculo barocco e colto, un microcosmo felice dove coltivare e realizzare amore ed aspettative di vita. Spesso, con me, lamentava l’assenza di una figura maschile nella sua vita e si sorprendeva di come io, invece, riuscissi, alla mia età, a tirare avanti e ad esser serena, senza affogare nella disperazione. Io scrollavo le spalle e giammai le avrei svelato il mio segreto.
Eravamo amiche. Ma non troppo. Quel non troppo tutto mio, quando innalzo palizzate di cristallo di fronte a donne con le quali sento di non riuscire a far fluire pensieri brillanti.
Lei era la donna del leader. Almeno presunto. Ci accomunavano progetti per l’infanzia e un falso giovanilismo impegnato e infarcito di ideologie di fine millennio.
Mi pare ci fosse ancora la lira. Eravamo lì, insieme, a passare buona parte delle nostre serate, riempiendole di progetti futuribili e buonismo apolitico.
Una domenica, al mattino presto, lei si liberò di un fardello troppo pesante, che avrebbe, a suo dire, annientato progetti di carriera e annullato una vita inquadrata da brava ragazza diligente. Se ne liberò e non ne parlammo più, come fosse stato un incidente nel percorso vile di chi ambisce alla normalità, ma non subito, un po’ dopo. Poi, come inevitabilmente accade, ci si perse e per me non fu una gran perdita, indubbiamente.
Stasera l’ho incontrata dopo dieci anni. Io in bici, cappello nero, mascara sbavato, occhi infuocati da nove ore di pc, broncio del venerdì sera. Lei, vecchierrima ed esteticamente involuta nel suo giubbotto blu informe.
Con la spontaneità idiota che mi rimprovero quando vengo presa alla sprovvista da un incontro imbarazzante, ho invaso, quasi contenta, il suo spazio localizzato, la sua aurea odiosa, per darle un bacio ed abbracciarla.
Lei e la sua orribile frangetta, hanno fatto un balzo indietro, sguardo intimorito, labbra serrate.
Questione di attimi, pochi millesimi di secondi e il mio campo visivo è scivolato ad altezza busto, richiamato dalle sue mani che si tenevano stretta la pancia visibilmente rigonfia.
Poi dice – Scusa ma non bacio nessuno, sai ho paura con quello che si sta sentendo non voglio correre rischi –
Poi ho ripreso a pedalare, ero sul Corso del bucodiculo e i fotogrammi perversi che mi son passati per la mente avevano un sapore amaro e odore forte di caldarroste e di freddo.
Rivendico il sacrosanto diritto di ogni donna a scegliere, ma quanta strada ancora mi rimane da fare, prima di non sorprendermi più per l’inquietante scorrere del tempo.